Sono a New York al MOMA (Museum of Modern Art), credo nel 2006, e vedo una mostra con dei dipinti di Jackson Pollock, precedenti ai… ‘Pollock’.
In questi dipinti vedo l’influenza del Cubismo e del Surrealismo; si notano una grande tecnica, un senso della ricerca e un uso del colore potente ed esplosivo. Ma non sono dei Pollock!
In un attimo mi arriva chiara la comprensione della differenza tra essere un artigiano ed essere un artista.
L’artigiano crea manufatti di ottima tecnica e fattura, ma racconta un mondo non originale.
L’artista non si identifica nel mondo di qualcun altro, perché ha individuato il suo. Ha assimilato l’esperienza degli altri, da cui ha attinto ciò che voleva, ma ora ti invita nel suo immaginario, con la sua tecnica e le sue abilità al servizio della sua espressione.
In questo quadro, La Donna Luna che Pollock dipinge nel 1942, si notano ancora il pennello e l’influenza netta del Surrealismo.
In questo, dal titolo Mural, dipinto l’anno dopo nel 1943, la distanza temporale è di un anno, ma quella artistica è infinita.
Mural è l’opera spartiacque di Jackson Pollock, preludio all’originalità della sua opera futura.
Quattro anni dopo arriva Alchemy che segna la rottura definitiva con le tecniche tradizionali, dando avvio all’Action Painting con l’uso rivoluzionario di smalti opachi e vernici industriali, sgocciolati direttamente sulla tela stesa a terra.
La tecnica del dripping (da to drip, colare, sgocciolare) consisteva in ‘un lungo e unico tempo di esecuzione dal quale l’autore era totalmente assorbito, come fosse lui stesso parte integrante del quadro.’
(cit. https://www.arte.it/calendario-arte/venezia/mostra-jackson-pollock-murale-energia-resa-visibile-12357)
Penso alle tante e precoci lune nere di ricerca e di vuoto, di perfezionismo e di smarrimento che Jackson Pollock ha affrontato. Grande fu il suo disagio, che lo plasmò secondo il cliché degli artisti ‘maledetti’: alcolista fin da ragazzo e per quasi tutta la sua breve vita, si spegne a 44 anni in uno schianto, un incidente d’auto assieme alla sua giovane amante.
Avrà un ottimo successo in vita, sostenuto e sponsorizzato dalla grande collezionista d’arte Peggy Guggenheim, sua amica, sua mentore, sua mecenate.
Oggi i quadri di Jackson Pollock, in particolare i ‘dripping’ tra il 1947 e il 1950, valgono tra i 140 e i 150 milioni di dollari: tra i più quotati al mondo.
Pollock era dotato di quel desiderio di ricerca che solo pochi condividono. Ricerca di sé, della sua crescita interiore — che nutrì affidandosi anche alla psicoanalisi junghiana — e ricerca della sua espressione creativa. In lui entrambe vivono in simbiosi, creando un nuovo artista: non più il rinascimentale che copia e interpreta forme all’esterno di sé, ma l’artista che vive in sintonia col suo tempo, scandaglia il mistero e le ombre del suo mondo interiore e, mettendolo a nudo, invita l’osservatore a viaggiare nelle parti più profonde di sé.
Il malessere di Jackson Pollock è un malessere che ri-conosco. E’ un artista che sento nelle viscere, con cui condivido (o meglio, ho condiviso!) alcune sue ombre e addiction; che amo per il grande coraggio e la verità della sua ricerca. Per ore mi perderei con lo sguardo nei grovigli, nelle gocce, nelle colature e nelle macchie delle sue tele.
In questo infinito, informe e meraviglioso magma riconosciamo tutta la nostra complessità, sofferenza, incertezza, fragilità, ma anche quella forza che sappiamo attivare per riemergere: dal perdersi al ritrovarsi.
Attraverso la sua opera, l’artista sviscera ed espone se stesso: la sua ombra e la sua luce, la sua paura e la sua essenza.
Ed è da questa verità e onestà che viene alla luce l’espressione di un messaggio universalmente condiviso.
Ogni buon pittore dipinge ciò che è.